Recensioni B-C-F: Fabio Barbero, "Undicesimo: non pensare"

 


Fabio Barbero, Undicesimo: non pensare. Anatomia di un plagio nel mondo cattolico, Queriniana 2025

Una premessa polemica

“Undicesimo: non pensare” è un titolo che susciterà una reazione di fastidio. Dobbiamo ammetterlo: i tempi sono cambiati, rispetto a quando Barbero è entrato nella sua comunità. All’epoca i leader carismatici erano a caccia di cristiani come lui, inquieti e sensibili, su mandato dello stesso papa Wojtyla, del quale si può dire tutto, ma non che non fosse un uomo intelligente. Oggi il panorama desolante è ben diverso: la Chiesa predilige esattamente i cristiani che non pensano, quelli che si affidano alle emozioni, agli eventi soprannaturali; quelli che non capiscono la teologia e non hanno alcuna intenzione di studiarla, che in teoria dovrebbero appassionarsi ai ragazzini come Carlo Acutis, ai preti tik toker dai fisici prestanti, alle convention al limite del trash, per l’artificiosità e l’infantilismo di canzoni e balletti. Non si sa come, questi cattolici dovrebbero portare nuove vocazioni, mentre i provocatori come Fabio (chiameremo così il protagonista del libro) volevano osare troppo; in fondo se la sono cercata, se sono caduti in una spirale di abusi. Pretendevano di dare un contributo, di portare in eredità alla Chiesa se stessi e il proprio impegno (la filosofia della canzone “Eccomi”, di cui abbiamo parlato) e invece il cattolico deve piangere, sentirsi incapace e bisognoso di fronte a Gesù, di fronte all’ennesima “Madonna di”, che lo potrà prendere in carico e salvare. Il cattolico medio si aspetta che da qualche parte esistano i Fabio, ma che se ne stiano lì buoni a pregare, a svolgere la propria missione, senza contestare, perché sono loro che hanno voluto compromettersi, e quindi ora hanno l’obbligo di contribuire al “magico”, al dietro alle quinte, a confezionare la bella (anche se falsa) esperienza di cui beneficeranno le masse.


E ora abbia inizio la recensione

“Undicesimo: non pensare” è un bel libro, scritto con uno stile semplice e scorrevole, che forse pecca proprio per la sua brevità: vorremmo saperne molto di più di Fabio, di suor Elisabetta, delle avventure nei vari conventi, ma probabilmente l’autore si sente ancora legato allo schema del memoriale-denuncia, concentrato sulla spiegazione degli abusi. Il funzionamento della manipolazione è illustrato in modo egregio, che non lascia scampo ai negazionisti, e in questo senso “Undicesimo” è un passo avanti nella letteratura di contro-narrazione sui movimenti. Ma si capisce la difficoltà di recuperare i ricordi, dolorosi, e il timore nel mostrare un nido di serpenti, nel quale lui stesso teme di risultare colpevole; se si lasciasse andare ancora di più alla narrazione, di cui è capace, potrebbero essere i lettori stessi a giudicare.

L’adescamento e il freddo

Fabio fa il suo incontro con i gruppi carismatici tramite due sacerdoti, che svolgono nella storia il classico ruolo di “poliziotto buono” e “poliziotto cattivo”. Il cattivo è un sacerdote di Comunione e Liberazione, che organizza manifestazioni per la pace con i suoi studenti, ma non vuole partecipare a quella generale delle sinistre. Un giovanissimo Fabio sale sul palco a denunciare la contraddizione, e subito si sente rivolgere, da parte del prete leader, le seguenti condanne: “Toglietegli il microfono!” e “Non state a parlargli! Non serve a niente!” Fabio è indignato dalla mancanza di democrazia, ma non ha gli strumenti per capire l’importanza di quello che ha fatto, e non li avremmo nemmeno noi, se non fossimo dedit* ormai da tempo allo studio delle dinamiche settarie. Fabio ha fatto cadere la facciata: il prete di Cl non è interessato alla pace, le sue manifestazioni sono solo un contenitore per tenere in attività i suoi adepti, e per conquistarne di nuovi. “Non serve a niente” parlare con Fabio, perché non ci cascherà e sta rendendosi pericoloso.

Il prete buono compare più avanti, ed è garante di un cristianesimo “aperto, moderno, spirituale, sociale, pluralista, evangelico, non quello stantio, moralista conosciuto da bambino”. Addirittura? Sembra di sentir dire dal cattolico medio, che non vede l’ora di ritornare al cristianesimo di quand’era bambino; Fabio ha strane pretese, sta incominciando a cercarsela. Il prete, intanto, a poco a poco diventa il suo unico confidente, fino a quando non se ne esce con: “C’è un solo posto, oggi, nella chiesa, dove la vita cristiana e monastica è vissuta con autenticità.” Fino a quel momento si era presentato ai nostri occhi come un sacerdote comune, catechista ed insegnante di religione, salvo seminare qua e là qualche indizio del suo legame con una “comunità” francese. Ma sul serio un uomo così aperto e pluralista può credere che esista un SOLO posto nella chiesa dove si vive con autenticità? O il nostro prete è meno lucido di quanto sembrava, vittima lui stesso di una fascinazione, oppure ha recitato dall’inizio la parte dell’adescatore, con una precisione che lascia sgomenti.

Proseguiremo ora nell’analizzare soltanto la parte iniziale della storia, in modo da lasciare i lettori a riparo dagli spoiler. Tutto il tirocinio di Fabio per entrare nella Famille monastique de Bethleem è caratterizzato da un’ambientazione montana, tra la bellezza del paesaggio e il freddo della neve. Il tema del freddo è molto ricorrente: viene da chiedersi se la vita ascetica sia veramente sfidare i propri limiti interiori, o piuttosto, semplicemente, sopravvivere a prove come lavarsi nell’acqua gelida e compiere interminabili passeggiate mattutine. Prove che favoriscono, o suggestioni che distraggono dalla pochezza di contenuti spirituali? Fabio si accorge che, ogni tanto, mentre si trova da solo, ha delle forti crisi, ma le sue guide non fanno altro che convincerlo che la colpa è sua, ancora una volta se la sta cercando, perché non sta annullando abbastanza la sua personalità (un concetto che, per noi frequentatori di questo blog, non ha bisogno di essere spiegato).




La seduttrice: doppi legami

Odille Dupont alias Suor Marie presenta impressionanti somiglianze con Chiara Lubich, ma a differenza sua non è definibile “cara leader”: non ha fondato un movimento di massa, ma una comunità monastica, apparentemente sconosciuta, in realtà potente e ben radicata in Vaticano, come spesso si verificava nell’era Wojtyla. Di sicuro appartiene alla categoria dei seduttori: è interessante come Fabio la descriva con una leggera punta di fastidio fin dalla sua comparsa, ma ancora una volta non ha gli strumenti per comprendere fino in fondo perché Suor Marie sia pericolosa. Tutto è giocato sulle contraddizioni, che sfociano spesso nel doppio legame vero e proprio: Suor Marie è onnipresente a livello ideologico, dato che tutta la dottrina del movimento è opera sua, ma si concede molto poco nella presenza fisica; dichiara di non essere assolutamente la fondatrice (vedremo tra poco chi sarebbe la reale fondatrice), e questo rientra appieno nella strategia settaria di dichiarare sempre cosa “NON si è”, evitando di definire quel che si è; persino il suo aspetto è giocato sul contrasto tra occhi blu e aria da eterna ragazzina (come Karol Wojtyla, guarda caso), ed una voce roca che “Spara frasi corte, le urla quasi”.

“Vicinanza, lontananza. Intimità, estraneità. Sentimenti nuovi e contrastanti. Non ci sono abituato. Tutti sorridono, tutti ridono anche, e poi d’un tratto diventano seri. Contrasti difficili da catalogare. Non ho caselle in me dove situarli.”

Fabio si sente l’unico sbagliato, eppure Suor Marie lo avvicina: 
“Mi fissa negli occhi. Non riesco a sostenere il suo sguardo che mi entra troppo dentro. Poi, con un immenso sorriso, mi dice: “Mi piacerebbe tanto incontrarla.” 

Si tratta di una tipica tecnica per conquistare il nuovo aspirante, promettendogli un rapporto a tu per tu, perché è chiamato in modo speciale. In realtà, proprio come faceva Chiara Lubich, Suor Marie non seguirà personalmente Fabio, ma tornerà ad essere distante. 

“Bisogna dire che per essere una monaca votata al silenzio, questa donna ha un dono della parola fuori dal comune, pendiamo ore e ore dalle sue labbra...” 

Suor Marie si sottrae a quelle stesse regole che impone severamente ai suoi: la regola del silenzio, non parlare, soprattutto non criticare. Lei è un fiume in piena, narcisista, onnipresente. E verrebbe anche da dire che le sue affermazioni non sono nemmeno particolarmente profonde, seppur suggestive e ben condite dal tono della voce e dalla carismaticità: di fronte ad un fuoco acceso, ovviamente dopo una giornata di gran freddo 

“Si mette a parlare della Trinità, delle persone divine, che sono esse stesse questo Fuoco”. 
Ci ritornano in mente le amare conclusioni di Père Vignon, quando ebbe ad esaminare gli scritti di Chiara Lubich:

Come cantava Charles Aznavour, Elle va mourir, la Mamma; e tutti i bambini riuniti intorno al letto scopriranno alla fine che i suoi cosiddetti scritti mistici non erano altro che libri da colorare per bambini.(Pinotti, Ferruccio. La setta divina: Il Movimento dei Focolari fra misticismo, abusi e potere (p.170). EDIZIONI PIEMME)

La teologia del gruppo

Vale la pena di concentrarsi su quello che Suor Marie e la sua comunità vorrebbero nascondere: la teologia segreta del gruppo. Il lettore scoprirà quali sono i mezzucci con cui Suor Elisabetta, erede di Suor Marie, e tutta la dirigenza al potere riescono a tenerla nascosta al Vaticano (nulla di che, colpevole il Vaticano che non fa nulla per controllare fino in fondo; se c’è un terreno in cui il fine giustifica i mezzi, è proprio quello delle pseudo teologie dei movimenti).

“Caso UNICO nella Chiesa, è Lei la fondatrice della comunità”.
La Madonna l’ha scelta (Suor Marie) per una missione tutta particolare...”

“Ci è stato proposto di fare un patto con la Vergine (...) un segreto. Ci ha detto che non tutti lo capiscono. Anzi, non si tratta neanche di capirlo, si tratta di “riceverlo” dall’alto, dalla Vergine, appunto. Quelli che sono stati scelti per far parte della Famiglia della Vergine vivono di questo segreto.”

Fabio si sente onorato di essere stato scelto per una vocazione simile, ed abbassa le difese. In realtà, non può immaginare che un simile linguaggio iniziatico circola, quasi identico, anche nei Focolari, e chissà in quant’altri gruppi. Ma qual è il cuore di questo segreto? Fabio lo scopre nel momento del “patto”.

“Di cosa si tratta? Di uno scambio, come una specie di vasi comunicanti. Uno scambio fra la Madonna e ognuno di noi. Maria ha ricevuto la missione di comunicarci la sua vita, il suo cuore, la sua intelligenza, i suoi doni, fino al suo modo così unico e impareggiabile di compiere i più umili gesti della vita quotidiana. Tutto questo è per noi. A una condizione però, una sola condizione: che rinunciamo alla nostra vita, al nostro cuore, alla nostra intelligenza, ai nostri gesti.”

Avete dubbi sulla vostra vocazione? Dateli a Maria, anzi, pregatela con queste parole: “Maria, ti do la mia vocazione perché tu me la dica e la realizzi”.

Fabio pronuncia il famoso patto, dopodiché chiosa, significativamente: 
“Per un verso è tutto come prima, non ho alcuna apparizione, resto con la mia sensibilità, la mia affettività, la mia intelligenza, quello che sono, eppure... E’ come se non fossi più lo stesso.” 

Non è diventato la Vergine Maria, quindi il patto, in sostanza, è fallimentare, EPPURE funziona, lo ha irretito. Si sente avvolto da un “entusiasmo mistico”, che consiste in una vera e propria droga, la “più pura sostanza celeste”. In realtà, questa droga è costruita sapientemente dal contesto, che punta moltissimo sull’esteriorità, oltre che sulla mancanza di critiche e dissenso. Fabio arriverà a ricevere una lettera dalla Madonna, tramite una veggente, e ci crederà, anche se il contenuto si rivela estremamente banale. Naturalmente succede a chiunque sia in leggera crisi, come si trova ad essere in quel momento, ed il gioco varrà fino a quando non sarà lui, finalmente, a metterlo in discussione.



La rottura

Finché la vita di Fabio si svolge come quella di un umile “sostituto” di Maria (o di Marie), sembra di assistere ad una versione distopica de “La montagna dalle sette balze” di Thomas Merton: lo scrittore americano ha celebrato la sua comunità monastica, fonte per lui di grande piacere spirituale, dimostrando che i monaci, con le loro preghiere, tengono in piedi il mondo. Fabio è chiamato, dai pochi esterni con cui è ancora in contatto, a motivare allo stesso modo il suo stile di vita, ma si rende conto che, al di là dell’entusiasmo di maniera, non ne è convinto lui stesso, Maria non ha colmato il suo vuoto di senso. Ma è quando fa una carriera all’interno dell’ordine che, significativamente, inizia il percorso di liberazione: entra in un meccanismo di privilegi, che prima gli erano negati, si ritrova a dirigere un monastero in Israele e scopre tutte le contraddizioni, i doppi standard e, soprattutto, gli abusi di potere. Interessante come Fabio si proietti subito nella vita attiva, altro che scambi mistici con Maria: si tuffa negli aspetti pratici, negli affari (non sempre puliti, ma evita di entrare nei dettagli), si confronta con la realtà sociale e politica di Israeliani e Palestinesi. In questo modo dimentica la frustrazione, ma ritarda anche la sua uscita dalla comunità; di fatto sarà Suor Elisabetta, la nuova leader, ad esautorarlo.

Nel finale Barbero tratteggia, con lucidità, tutte le tappe dell’uscita dal gruppo: umiliazioni, emarginazione, campagna di diffamazione, eppure libertà, spaesamento, ma fame di vita e desiderio di ricominciare da capo. Non si sente vittima, forse in parte complice, sicuramente desideroso di testimoniare, di aiutare tutti coloro che combattono contro il plagio e l’abuso spirituale. Cosa molto difficile, come il lettore già saprà, ma ne avrà la conferma dal triste balletto vaticano, tra continui rimbalzi delle denunce di Fabio; possibile che nessuno sapesse anche prima? E come se la cava la comunità, quando la denuncia diventa pubblica?

Ero convinto di aiutarli a scoprire la vera vita e invece ero complice di un sistema che inoculava la morte a piccole dosi.

Oggi anch’io faccio parte di questo mondo, pieno di enigmi e di misteri insoluti che sono il bello e il tragico dell’esistenza. 

Proprio così, Fabio, è il questo il vero mondo, fuori dalla comunità, a cui possiamo appartenere.
Suor Marie è stata riconosciuta come Odille Dupont, direbbe Père Vignon: è difficile riconoscerlo, dopo averle dedicato un’intera esistenza. Ma ne vale la pena, considerando la vita che ci attende ancora fuori: dopo aver denunciato, non ti curar di lor, ma guarda e passa.

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